Showing posts with label palestina. Show all posts
Showing posts with label palestina. Show all posts

Apr 25, 2001

intervista: "Il consenso neoliberale in Palestina"

2011-04-26
[en] [fr]
La Banca Mondiale, il FMI e il Coordinatore Speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente (UNSCO) hanno pubblicato propri comunicati in appoggio al programma statuale dell’Autorità Palestinese. Affermano che da un punto di vista istituzionale l’ANP è pronta per l’istituzione di uno stato nel prossimo futuro.

Nell’Agosto 2009, l’ANP pubblicò un documento strategico [PDF] intitolato “Porre fine all’occupazione, istituire lo Stato”. Tale programma asseriva che l’istituzione di uno stato Palestinese nei due anni successivi “non solo è possibile, ma è essenziale”. L’ANP sottolinea la costruzione di un “forti istituzioni statuali che possano provvedere alle necessità dei cittadini, nonostante l’occupazione”. Riguardo al sistema economico “la Palestina sarà basata sui principi di una economia di libero mercato”, sostiene il programma.

Di recente, gli economisti palestinesi Raja Khalidi e Sobhi Samour hanno pubblicato un articolo fortemente critico sulle politiche neoliberali dell’ANP sul Journal of Palesatine Studies, intitolato “ Il neoliberalismo come liberazione: il programma statuale e il rimodellamento del movimento nazionale palestinese”.

Khalidi e Samour affermano che il programma statuale “non può avere successo né come levatrice dell’indipendenza né come strategia per lo sviluppo economico palestinese”. Questo perché l’ANP offre ai palestinesi della West Bank occupata “ un programma concepito sulla crescita e la prosperità senza alcuna strategia di resistenza o sfida ai parametri dell’occupazione”.

Ray Smith, collaboratore di Electronic Intifada , ha intervistato Raja Khalidi, economista  all’UNCTAD, a proposito delle politiche economiche dell’ANP e delle loro implicazioni per lo stato. Le opinioni di questa intervista non rispecchiano quelle del segretariato ONU.
Ray Smith: Cosa pensi dell’apprezzamento unanime di queste istituzioni internazionali?

Raja Khalidi: Mi piacciono poco, e dubito che siano vere. C’è un abisso tra queste dichiarazioni e la realtà politica in campo, e anche le dichiarazioni pongono molti problemi. Affermano che l’ANP è oggi oltre la “soglia” necessaria a uno stato funzionante, e che ha soddisfatto i loro diversi criteri per una entità statuale. Questo approccio generico alla valutazione di questioni di governo complesse, dovunque collocate, pone un problema generale. Nel caso palestinese, il vero problema è che tali criteri e soglie arbitrarie sono ininfluenti sulla realtà , e sull’elefante nella cristalleria del governo palestinese, l’occupazione israeliana.
Quindi oggi, ciò che conta davvero è: che succederà a Settembre, quando tutto cambierà, quando ben che vada lo status diplomatico formale diverrà lo “Stato di Palestina”? In che modo questo stato virtuale diverrà reale? Nessuno sembra pensarci. Si parla solo di lucidare questo stato virtuale, riformandolo e aggiustandolo, qui aggiungendo un servizio, lì privatizzando, risparmiando qui e tagliando bilanci là. Somiglia al modo col quale donatori e istituzioni internazionali affrontano la performance di un normale paese a reddito medio. L’ANP sembra dare per scontato che per volontà del popolo, dei cittadini che si sono dimostrati capaci di rispettare la segnaletica stradale, pagare le bollette della luce, e non portare armi in pubblico, l’entità statale si “imporrà”. In Settembre in qualche modo lo Stato “arriva” perché tecnicamente tutto è pronto.

RS: Secondo recenti rapporti, la Palestina se la cava piuttosto bene n economia. E’ così?

RK: Vediamo una “bolla” economica. Ne abbiamo già viste negli anni’80 e ’90, ma sono scoppiate, o sono finite sotto i tanks di Israele. Il 9% di crescita del 2010 è stato in gran parte alimentato da donatori, aiuti e investimenti privati nella West Bank, e il boom del contrabbando dai tunnel di Gaza. E’ evidente che la “crescita” avviene nelle zone A e B, e non nella C, il sud della West Bank e la valle del Giordano, mentre Gaza e Gerusalemme sono comunque escluse da essa. Quindi solo circa la metà della popolazione palestinese sotto occupazione gode della crescita.
L’attenzione al raggiungimento della soglia non è stata del tutto una perdita di tempo. Almeno si è creata l’immagine di uno stato funzionante. Si rischia però che l’ANP sia soddisfatta dall’immagine e che i “cittadini”si adagino in una vita apparentemente normale. Benvenuti nella “pace economica” palestinese! Che si accontentino di questo, e si preparino meglio possibile ad un futuro indefinito senza ambizioni di una vera politica economica che vada oltre l’erogazione di servizi, e aiuti a creare le condizioni per porre fine all’occupazione, piuttosto che coesistere con essa. Per questo, da economista dello sviluppo, diffido istintivamente di queste bolle, tenendo conto delle specifiche tendenze storiche, e dei cambiamenti strutturali che impediscono a questa crescita di divenire motore di sviluppo.

RS: Altri problemi?

RK: Senz’altro: si dà per scontato che istituzionalmente le cose vadano assai meglio che nel 2000 o nel 2005. Se queste istituzioni ci fossero state all’epoca, perché lo stato non avrebbe dovuto funzionare? Se ricordate Oslo, lo stato avrebbe dovuto essere istituito alla fine degli anni ’90. Si pensava che bastassero cinque anni. Si assumeva che qualunque cosa ci fosse, potesse essere in un modo o nell’altro trasformata in stato. Ovviamente, la trasparenza della finanza pubblica oggi è migliorata, ma in ultima analisi il controllo della finanza è ancora nelle mani di una persona, come era sotto l’ex Presidente dell’OLP, Yasser Arafat, che dicevano corrotto. Le principali istituzioni certamente funzionano, erogando servizi, ma lo facevano anche prima! Non è questo che ha impedito cinque o dieci anni fa l’istituzione di uno stato.
Secondo il programma dell’ANP e dei donatori, solo ora il diritto dei palestinesi alla autodeterminazione nazionale può essere considerato, perché ora i palestinesi hanno dimostrato di potersi governare da soli. Quanto a dire che il motivo per cui non hanno potuto farlo dal 1988, quando dichiararono il loro stato indipendente secondo la risoluzione dell’ONU era la loro inadeguatezza istituzionale, e ci sono voluti venti anni per rimediare? E’ una bugia dannosa, che trascura il vero punto di una effettiva costruzione statuale e gestione di uno sviluppo economico in una economia devastata dalla guerra.
Un altro problema è il tipo di economia che si vuole stabilire. Supponiamo cha a Settembre Israele si ritiri e vi sia un vero stato palestinese. Che tipo di economia hanno in mente? Parlano di un sistema commerciale apertissimo, in ossequio al Protocollo di Parigi, una cosiddetta “unione doganale”, adeguamento agli standards del WTO, nessuna politica monetaria, macroeconomica o fiscale autonoma, etc. Non c’è bisogno di un economista dell’UNCTAD per vedere un approccio sbagliato alla situazione.

RS: Secondo le ultime cifre, il prodotto manifatturiero è diminuito. Che significa questo per il futuro dell’economia palestinese?

RK: Noi dell’UNCTAD abbiamo stimato che un terzo della capacità produttiva di prima della seconda intifada sia stato perso. Occorrono investimenti nell’industria per rafforzare la domanda interna, ma nulla del genere accade in Palestina, salvo marginalmente in settori di nicchia. Perché? Come si fa ad uscire da un conflitto che sconvolge l’economia, con uno stato che sta in piedi da solo, se non ha una capacità produttiva industriale interna? Tutti gli studi evidenziano che i livelli di povertà e disoccupazione non sono cambiati. Quindi è semplicemente sbagliato promuovere una crescita e uno sviluppo basati sulle esportazioni. Non ha mai funzionato nel contesto palestinese, e poco in altri in fasi di sviluppo molto diverse. Potrà accadere dopo, certamente non ora. Peraltro, se a Settembre dovessimo avere qualcosa di simile ad uno stato palestinese, il suo accesso ai mercati resterebbe totalmente in meno israeliana. Quindi, di che esportazione parliamo? Tutte le recenti esperienze di fondamentalismo di mercato neoliberale nel mondo, e molte esperienze di crescita basata sulle esportazioni in economie deboli in Africa sono fallite, per non parlare del Nord Africa dove sono fallite in modo spettacolare! Comunque, l’ANP pianifica ciò. Un proverbio lo sintetizza:”vanno alla Mecca quando i pellegrini ritornano”.

RS: Quali sono le basi dell’agenda neoliberale dell’ANP?

RK: Almeno nella West Bank, il neoliberalismo ha permeato tutti gli spazi della politica economica e della vita sociale. Di tutte le scelte possibili nelle politiche fiscali, commerciali, monetarie, industriali, di mercato del lavoro o di attrazione di investimenti stranieri, l’ANP ha sempre scelto quelle neoliberali, ad esempio la completa integrazione con l’economia israeliana, o il massimo di liberalizzazione commerciale. Dicono che lo sviluppo basato sull’esportazione sia la sola politica ottimale per paesi in via di sviluppo, e l’integrazione con la più avanzata economia israeliana la scelta migliore. Si dà per scontato che una tale strategia di sviluppo consentirà l’integrazione con la tendenza a lungo termine dell’economia israeliana, mentre le statistiche mostrano brutalmente che l’unico trend sicuro nei rapporti economici tra Palestina e Israele è la divergenza delle entrate, da 40 anni a questa parte. Infatti, se consideriamo l’economia araba in Israele dal 1948, il rapporto tra capitale israeliano e risorse economiche palestinesi è lo stesso. Oltre a ciò c’è un continuo riferimento alla necessità che lo stato palestinese promuova la crescita “guidata dal settore privato”. E’ un po’ una battuta, visto che il settore pubblico palestinese è inesistente come soggetto economico, e oggi c’è poco da privatizzare. Nondimeno, le privatizzazioni colpiscono la gente.
Prendiamo ad esempio la distribuzione di energia elettrica. Se andate al sud della West Bank, o nella valle del Giordano di notte, vedrete interi villaggi a lume di candela. Là sono stati introdotti per forza contatori prepagati, in nome dei tagli di bilancio dell’ANP ispirati da Washington, e naturalmente molta gente povera può pagare.
Penso che l’adozione cieca di simili politiche sia uno degli errori più gravi dell’ANP; è il contrario dello sviluppo e della liberazione, che sono le due cose più necessarie ai palestinesi. Cosa serve all’economia palestinese? Una ricostruzione. La capacità produttiva va ricostituita con appositi investimenti. Non si può lasciare tutto al mercato, occorre prendere decisioni: che tipo di industria vogliamo? Quale agricoltura? Quali approvvigionamenti di cibo? E le risorse naturali, gas naturale, le risorse del Mar Morto, l’acqua? Quali sono le politiche, e quali le istituzioni del sovrano e indipendente stato palestinese che si occupano di questi aspetti strategici della sicurezza economica nazionale?

RS: Quando è iniziata la svolta neoliberale?

RK: Negli anni ’90, con la conferenza di pace di Madrid, e il processo di pace di Oslo, la globalizzazione e il sempre crescente coinvolgimento delle istituzioni finanziarie internazionali in Palestina. La Banca Mondiale, e in particolare il FMI hanno condizionato il modo di pensare delle elites politiche. Importante anche la formazione del Primo Ministro Fayyad, che viene dal FMI, mentre il capo del Fondo di Investimento Palestinese, Muhamad Mustafa, viene dalla porta accanto, la banca Mondiale. Non li biasimo, non possono che pensarla così, in quel quadro. Ma sorprende cha dalla Palestina venga così  poco pensiero economico alternativo. Su tutto il resto, attivismo, diritti umani, impegno civile, etc., c’è un pensiero intellettuale e la Palestina rimane una valida avanguardia. Ma perché così pochi contestano l’approccio neoliberale dell’ANP? Per questo Sobhi Samour ed io abbiamo scritto quell’articolo sul Journal of Palestine Studies. Le cose sono assai ovvie, ma nessuno ne parla, e pensiamo che invece andasse detto, e da economisti palestinesi.

RS: Qual è il ruolo della forza, del consenso e della persuasione nel contesto palestinese?

RK: Si enfatizza la riforma palestinese, la costruzione istituzionale, le spese per lo sviluppo e la sicurezza, specialmente la collaborazione con gli istruttori militari USA e l’esercito israeliano nell’assicurare una “calma” nella West Bank dal 2007, probabilmente diminuendo il peso militare e i costi dell’occupazione. Inoltre, dopo tutti questi anni di lotta senza successo, la modernizzazione, la transizione ad una qualche normalità, la pace ed una vita normale hanno un grande potere di persuasione, e l’ANP comunque assicura circa un terzo dell’impiego – ce ne è abbastanza per convincere!
Il consenso va anche più in là, nel senso che vi sono elites che attendevano questo tipo di situazione. Nella West Bank vi sono molti costruttori, fornitori di servizi di lusso, speculatori che ora fanno parecchi soldi, mentre a Gaza vi è una nuova elite di centinaia di imprenditori e redditieri nati con il contrabbando dei tunnel. Tutti costoro sostengono l’attuale consenso.

RS: La divisione tra Fatah e Hamas contribuisce a ciò?

RK: Nella West Bank, la divisione è stata un fattore facilitante. Se Hamas avesse partecipato alle decisioni politiche, il documento avrebbe incontrato resistenze assai maggiori, perché la povertà e la disoccupazione avrebbero causato scontento e pressione politica nel suo elettorato. Peraltro, attualmente molte cose accadono nella regione, perché la gente respinge i governi autoritari; quste rivoluzioni sono socioeconomiche, oltre che politiche. L’ondata arriverà in Palestina in ogni modo, a prescindere dalla occupazione.

RS: Che pensa del Movimento del 15 Marzo che cerca di comporre la divisione?

RK: Le giovani generazioni non hanno fiducia in nessuno. Il Movimento del 15 Marzo, per quanto piccolo, indica che molti giovani hanno perso fiducia in Hamas, Fatah, o nell’ANP di Fayyad. E’ anche un fatto generazionale. Per il ceto medio, c’è una certa dipendenza, e c’è anche una forte classe imprenditoriale capitalista. Sono quelli implicati nei grandi progetti  come le installazioni industriali, le città modello o le comunità chiuse. Prosperano con l’ANP, ma guadagnavano bene anche prima, e hanno molto in gioco ora. Solo che pochi sono i grandi progetti di investimento a lungo termine. Sostanzialmente, si tratta di edilizia residenziale. Questo era un settore che copriva una buona parte del PIL da sempre in Palestina, perfino negli anni ’80. Ma basta un tank israeliano per sfasciare insegne, vetrate e cartelli. Basta un carro armato, ed è finita. Speriamo non vada così.

Questa intervista e’ stata pubblicata qui da Electronic Intifada.

intervista: "il consenso neoliberale in palestina"

2011-04-26
[en] [fr]
si rischia che i 'cittadini' dell'ANP si adagino in una vita apparentemente normale. che si accontentino di un futuro indefinito senza una vera politica economica che vada oltre l’erogazione di servizi ed aiuti e che crei le condizioni per la fine dell’occupazione. (...) [leggi tutto]

Apr 18, 2001

artículo: "hay comercio, pero no economía"

2011-04-19
[en] [fr]
la autoridad nacional palestina (ANP) se prepara para fundar un estado en el menor tiempo posible. pero su economía sigue muy dependiente de israel y a su industria le cuesta recuperarse de la segunda intifada, que estalló en 2000. (...) [>>>]

artículo: "Hay comercio, pero no economía"

2011-04-19
[en] [fr]
La Autoridad Nacional Palestina (ANP) se prepara para fundar un Estado en el menor tiempo posible. Pero su economía sigue muy dependiente de Israel y a su industria le cuesta recuperarse de la segunda Intifada, que estalló en 2000.

Los avances de la ANP en la creación de instituciones y mejora de las funciones del gobierno indican que está bien ubicado para crear un Estado, señala un informe del Banco Mundial y del coordinador especial de las Naciones Unidas para el Proceso de Medio Oriente.

El crecimiento del producto interno bruto de Cisjordania alcanzó 7,6 por ciento en 2010, dijo el Banco Mundial. Pero según la institución, el alza obedece al aporte de los donantes y "refleja una recuperación respecto del bajo nivel alcanzado durante la segunda Intifada", el alzamiento popular contra la ocupación israelí.

El crecimiento tampoco es sostenible y "sigue obstaculizado por las restricciones israelíes", señala el informe. No todos los sectores de la economía palestina crecen. La construcción está en auge, pero la producción industrial cayó casi seis por ciento, 10 por ciento por debajo del nivel registrado en 1999, según la institución.
Las principales calles de la ciudad de Nablús, entre los montes Ebal y Gerizim, en el norte de Cisjordania, que fueron destruidas por topadoras y tanques israelíes hace casi una década, ahora están repletas de automóviles y los semáforos reemplazaron el caos en el tránsito.

El complejo Al Mujamma, con vista a la parte antigua, tiene un centro comercial, un cine y alberga varias empresas y estación de taxis subterránea.

"No es como antes de la Intifada", advierte Basel H. Kanaan, presidente de la Cámara de Industria y Comercio de Nablús, pese a la cantidad de personas que se concentran los sábados en los bulliciosos mercados.

En Jan al Tujjar, en la Ciudad Vieja donde hace siglos se vendías ropas traídas de Damasco y El Cairo, ahora se comercializan productos de mala calidad, procedentes de China.

"Los productos chinos destruyen nuestros negocios", se lamentó Kanaa. Los fabricantes locales apenas pueden competir.

Desde hace tiempo, Nablús ha sido el centro más importante de tejidos y telas teñidas. La industria de la vestimenta solía fabricar ropa barata para los campesinos y la clase media de las ciudades.

Se estima que el subsector emplea actualmente unos 65.000 trabajadores, que contribuyen a 15 por ciento de la producción industrial. Nablús tiene la mayor concentración de empresas textiles. La mayoría de ellas tiene menos de 10 empleados.
Moaz Hlihil tiene 15 empleados en el barrio de Aqaba, en el casco antiguo. Su empresa funciona en una vieja casa de piedra con techo en forma de arco que está llena de ropa, hilos y cajas de madera. En una pared cuelga una fotografía del líder histórico Yasser Arafat (1929-2004), quien declaró unilateralmente la independencia de Palestina en 1988.

"Trabajamos con Israel", señaló Hlihil. "Las oportunidades son limitadas porque vivimos en estado de sitio. El Estado judío es el único mercado que tenemos", apuntó.

La mayoría de los fabricantes palestinos están subcontratados por empresas israelíes, que se benefician de los bajos salarios de Cisjordania.

La fabricación de ropa tiene varias etapas. Una vez que se tiene el diseño, se corta la tela y se cose. Luego se lava, se plancha, se embala y se distribuye. Los palestinos suelen dedicarse al corte. Cuando la ropa llega a Israel, se vende en el mercado local o se exporta con etiqueta israelí.

La empresa de Hlihil es una de las pocas que diseña y corta la tela. "El trabajo es el mismo, es una rutina", explicó. Durante la Intifada siguió produciendo, pese a las difícil conyuntura. "La situación era mala, no mejoró y sigue así", añadió.

Los empleados de Hlihil ganan 20 dólares al día. Los israelíes pagan por pieza. "Es fácil. Si trabajamos, ganamos", indicó. A veces no hay pedidos y los trabajadores se ven obligados a encontrar otra forma de mantener sus ingresos.

Es difícil planificar porque el trabajo depende de la demanda, reconoció.
El desempleo en Cisjordania disminuyó 16,9 por ciento en el último trimestre de 2010, según el Banco Mundial, pero sigue alto.

"Antes de la Intifada solíamos tener trabajo todos los días", señaló Mohammad al Abhbar, uno de los empleados de Hlihil. "Nuestros ingresos eran mejores porque nuestros gastos eran más bajos", añadió.

El presidente de la Cámara de Industria y Comercio de Nablús se mostró contento con la reanudación de los vínculos entre empresarios israelíes y fabricantes palestinos. Kanaan no considera que los subcontratos textiles sean un problema. "Nos dan dinero y nuestra gente tiene trabajo", señaló con una sonrisa.

"En Nablús tenemos comercio, pero no economía", apuntó, con expresión seria. La industria tiene problemas porque muchas fábricas fueron destruidas durante la Intifada. "No se produce valor aquí, sólo hay comercio, que hace circular el dinero de un bolsillo a otro", añadió.
Sólo los fabricantes de muebles mejoraron en Nablús, indicó Kanaan.

"El año 2010 fue excelente, el mejor después de mucho tiempo", señaló Amer Nayef Qatalony, del poblado de Zawata, vecino de esta ciudad.

Cuando el ejército atacó Nablús en 2002 y la ciudad estuvo bajo toque de queda por casi 200 días, la empresa escapó a ar-Ram, cerca de Jerusalén, pero en 2006 volvió a esta ciudad. "Desde entonces, nuestra situación mejora lentamente, pero de forma constante", indicó Qatalony.

La competencia china presiona los precios a la baja y pone en peligro a las empresas locales, explicó Qatalony, quien añadió que está seguro de que mucha gente sabe que los muebles palestinos son mejores. "Por suerte, no todos los clientes se fijan sólo en el precio", añadió.

El aumento de las ventas permitió a la compañía tener 90 empleados, respecto de los 30 antes del levantamiento popular de 2000. "Solían venir clientes de Israel y de toda Cisjordania", recordó. La tendencia se recupera lentamente.

Artículo original publicado en inglés por Ray Smith aquí en IPS Inter Press Service.

artículo: "Hay comercio, pero no economía"

2011-04-19
[en]
La Autoridad Nacional Palestina (ANP) se prepara para fundar un Estado en el menor tiempo posible. Pero su economía sigue muy dependiente de Israel y a su industria le cuesta recuperarse de la segunda Intifada, que estalló en 2000.

Los avances de la ANP en la creación de instituciones y mejora de las funciones del gobierno indican que está bien ubicado para crear un Estado, señala un informe del Banco Mundial y del coordinador especial de las Naciones Unidas para el Proceso de Medio Oriente.

El crecimiento del producto interno bruto de Cisjordania alcanzó 7,6 por ciento en 2010, dijo el Banco Mundial. Pero según la institución, el alza obedece al aporte de los donantes y "refleja una recuperación respecto del bajo nivel alcanzado durante la segunda Intifada", el alzamiento popular contra la ocupación israelí.

El crecimiento tampoco es sostenible y "sigue obstaculizado por las restricciones israelíes", señala el informe. No todos los sectores de la economía palestina crecen. La construcción está en auge, pero la producción industrial cayó casi seis por ciento, 10 por ciento por debajo del nivel registrado en 1999, según la institución.

Las principales calles de la ciudad de Nablús, entre los montes Ebal y Gerizim, en el norte de Cisjordania, que fueron destruidas por topadoras y tanques israelíes hace casi una década, ahora están repletas de automóviles y los semáforos reemplazaron el caos en el tránsito.

El complejo Al Mujamma, con vista a la parte antigua, tiene un centro comercial, un cine y alberga varias empresas y estación de taxis subterránea.

"No es como antes de la Intifada", advierte Basel H. Kanaan, presidente de la Cámara de Industria y Comercio de Nablús, pese a la cantidad de personas que se concentran los sábados en los bulliciosos mercados.

En Jan al Tujjar, en la Ciudad Vieja donde hace siglos se vendías ropas traídas de Damasco y El Cairo, ahora se comercializan productos de mala calidad, procedentes de China.

"Los productos chinos destruyen nuestros negocios", se lamentó Kanaa. Los fabricantes locales apenas pueden competir.

Desde hace tiempo, Nablús ha sido el centro más importante de tejidos y telas teñidas. La industria de la vestimenta solía fabricar ropa barata para los campesinos y la clase media de las ciudades.

Se estima que el subsector emplea actualmente unos 65.000 trabajadores, que contribuyen a 15 por ciento de la producción industrial. Nablús tiene la mayor concentración de empresas textiles. La mayoría de ellas tiene menos de 10 empleados.

Moaz Hlihil tiene 15 empleados en el barrio de Aqaba, en el casco antiguo. Su empresa funciona en una vieja casa de piedra con techo en forma de arco que está llena de ropa, hilos y cajas de madera. En una pared cuelga una fotografía del líder histórico Yasser Arafat (1929-2004), quien declaró unilateralmente la independencia de Palestina en 1988.

"Trabajamos con Israel", señaló Hlihil. "Las oportunidades son limitadas porque vivimos en estado de sitio. El Estado judío es el único mercado que tenemos", apuntó.

La mayoría de los fabricantes palestinos están subcontratados por empresas israelíes, que se benefician de los bajos salarios de Cisjordania.

La fabricación de ropa tiene varias etapas. Una vez que se tiene el diseño, se corta la tela y se cose. Luego se lava, se plancha, se embala y se distribuye. Los palestinos suelen dedicarse al corte. Cuando la ropa llega a Israel, se vende en el mercado local o se exporta con etiqueta israelí.

La empresa de Hlihil es una de las pocas que diseña y corta la tela. "El trabajo es el mismo, es una rutina", explicó. Durante la Intifada siguió produciendo, pese a las difícil conyuntura. "La situación era mala, no mejoró y sigue así", añadió.

Los empleados de Hlihil ganan 20 dólares al día. Los israelíes pagan por pieza. "Es fácil. Si trabajamos, ganamos", indicó. A veces no hay pedidos y los trabajadores se ven obligados a encontrar otra forma de mantener sus ingresos.

Es difícil planificar porque el trabajo depende de la demanda, reconoció.

El desempleo en Cisjordania disminuyó 16,9 por ciento en el último trimestre de 2010, según el Banco Mundial, pero sigue alto.

"Antes de la Intifada solíamos tener trabajo todos los días", señaló Mohammad al Abhbar, uno de los empleados de Hlihil. "Nuestros ingresos eran mejores porque nuestros gastos eran más bajos", añadió.

El presidente de la Cámara de Industria y Comercio de Nablús se mostró contento con la reanudación de los vínculos entre empresarios israelíes y fabricantes palestinos. Kanaan no considera que los subcontratos textiles sean un problema. "Nos dan dinero y nuestra gente tiene trabajo", señaló con una sonrisa.

"En Nablús tenemos comercio, pero no economía", apuntó, con expresión seria. La industria tiene problemas porque muchas fábricas fueron destruidas durante la Intifada. "No se produce valor aquí, sólo hay comercio, que hace circular el dinero de un bolsillo a otro", añadió.

Sólo los fabricantes de muebles mejoraron en Nablús, indicó Kanaan.

"El año 2010 fue excelente, el mejor después de mucho tiempo", señaló Amer Nayef Qatalony, del poblado de Zawata, vecino de esta ciudad.

Cuando el ejército atacó Nablús en 2002 y la ciudad estuvo bajo toque de queda por casi 200 días, la empresa escapó a ar Ram, cerca de Jerusalén, pero en 2006 volvió a esta ciudad. "Desde entonces, nuestra situación mejora lentamente, pero de forma constante", indicó Qatalony.

La competencia china presiona los precios a la baja y pone en peligro a las empresas locales, explicó Qatalony, quien añadió que está seguro de que mucha gente sabe que los muebles palestinos son mejores. "Por suerte, no todos los clientes se fijan sólo en el precio", añadió.

El aumento de las ventas permitió a la compañía tener 90 empleados, respecto de los 30 antes del levantamiento popular de 2000. "Solían venir clientes de Israel y de toda Cisjordania", recordó. La tendencia se recupera lentamente.

Artículo original publicado en inglés por Ray Smith aquí en IPS Inter Press Service.

Feb 11, 1997

video: "il vicolo"

2007-02-11
[en] [de] [es] [fr]
il film presenta gli aspetti dell'attuale situazione politica ed economica del campo rifugiati balata a nablus (palestina). fornisce allo spettatore sguardi e voci di questa comunità così duramente colpita. il film comincia mostrando i venditori di verdura e altri residenti in balata e si conclude in un negozio di dolci ai confini del campo; mostra una forma di occupazione a cui palestinesi sono obbligati a causa dell'occupazione israeliana.
questo film è una produzione congiunta tra a-films e research journalism initiative ed é stato girato nel febbraio 2007.

parte 1


parte 2


questo breve documentario può essere scaricato in piena qualità e durata qui e su indymedia.

video: "el callejón"

2007-02-11
[en] [de] [it] [fr]
esta película retrata la actual situación económica del campamento de refugiados de balata en nablus. esta película permite hacerse una idea de las difíciles condiciones que tiene que enfrentar la comunidad. comenzando con vendedores de verduras y otros habitantes de balata, la película termina en una "fábrica de explotación" en la periferia del campamento, donde se da cuenta de una forma de trabajo que muchos palestinos se ven obligados a ejercer debido a las condiciones económicas creadas por la ocupación israelí.
esta película es una producción conjunta entre a-films y research journalism initiative, realizada en febrero de 2007.

parte 1


parte 2


el documental puede ser descargado en su versión de alta calidad aquí y en indymedia.